Un altro soffitto sconosciuto

Un altro soffitto sconosciuto

Sapete cosa vuol dire la parola “otaku“?
È un termine giapponese che oggi viene comunemente usato per indicare una persona appassionata in modo ossessivo di manga, anime e prodotti di merchandising collegati a questo mondo.
La traduzione più o meno letterale suonerebbe come “la sua casa” e deriva dall’unione della preposizione o e dal sostantivo taku che vuol dire casa (come sempre, grazie Wikipedia!).
Una tipica camera di otaku
Dagli anni settanta la parola Otaku si riferisce, in modo più generale, ad una subcultura pop e in Giappone assume un significato negativo riferendosi a un soggetto monomaniaco e socialmente isolato.
Il fenomeno è preoccupante perché spesso questa solitudine e il senso di inadeguatezza sfociano in depressione ovvero una delle cause principali di suicidio in Giappone. Se considerate poi che il Paese del Sol Levante ha un tasso di suicidi molto elevato (si parla di una media di 30.000 persone all’anno) la questione diventa molto critica.
Ma perché vi parlo di Otaku?
Perché il signor Hideaki Anno si è preso a cuore questo problema e ha voluto usare un mezzo molto efficace per cercare di aiutare queste persone a socializzare, a uscire di casa, a tornare a interagire e comunicare con il prossimo: una serie animata.
Parliamo di Neon Genesis Evangelion di cui il signor Anno è sceneggiatore, curatore del mecha design e regista.
Neon Genesis Evangelion
In questo post non voglio fare un riassunto della serie (anche perché non ho capito proprio cosa succede di preciso!) ma dare lo spunto per due chiavi di lettura.
La prima è “Oh capperi, che spettacolo per gli occhi, non capisco niente di quello che sta succedendo ma non ho mai visto nulla di simile prima!”.
La seconda, invece, si ricollega al buon Anno, alla voglia di sperimentare utilizzando un mezzo come quello ludico/televisivo per aiutare il prossimo, alla psicologia dei personaggi.
La serie esce nel 1995 ed è composta da 26 episodi che si susseguono a doppia velocità: quelli ricchi di azione iper veloci e serratissimi e quelli spalmati di dialoghi filosofeggianti e monologhi introspettivi con lunghe riprese fisse e fondali quasi statici e ricchi di dettagli.
La qualità è sorprendente per un prodotto seriale e il successo è arrivato in maniera prorompente anche se le critiche sono state disparate. A causa di un finale definito da alcuni fan troppo introspettivo e deludente, si è deciso di realizzare un film che raccogliesse tutta la serie rivista e corretta e con finale diverso. Per Anno è stato un colpo al cuore perché il suo intento non era stato capito e gran parte del pubblico voleva solo scontri fra robottoni ed eroine superdotate!
Sono andato a vedere a Trieste la maratona Evangelion con il mio amico Paolone dove venivano proiettati i primi due film derivati dalla serie ed è stato un vero spettacolo. Il 25 settembre sono tornato in sala con Laura per vedere il terzo episodio e ne siamo usciti entusiasti.
L’animazione si è arricchita di particolari 3D che si integrano perfettamente e la sceneggiatura è ben costruita e ritmata lasciando sempre (e ancor più) spazio a disquisizioni sull’uso della tecnologia, sul rapporto uomo/macchina e uomo/uomo e sulle conseguenze delle nostre azioni.
È una serie che consiglio vivamente anche a chi non piace molto il genere.
Se non altro perché è una pietra miliare dell’animazione ed è la capostipite di un nuovo modo di fare anime.
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P.S.
“Un altro soffitto sconosciuto”
(Shinji – Neon Genesis Evangelion)
È una scena topica della serie. Shinji è il protagonista maschile che sale a bordo dell’EVA 01 e che finisce in ospedale per le ferite riportate negli scontri. Dopo scene di azione sfrenata si passa a una priva di movimento. Immagine fissa di un soffitto anonimo, leggeri rumori di fondo, Shinji che cerca di mettere insieme i pezzi nella sua testa.
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